Nell’arco della sua carriera l’artista danese-islandese Olafur Eliasson ha operato in vari ambiti. I suoi progetti coniugano infatti fotografia, pittura, scultura e media digitali. A prescindere dalla materia trattata, Eliasson pone al centro delle sue opere la partecipazione attiva dello spettatore, dando vita a un momento di condivisione e riflessione.
“L’arte è un modo per entrare in contatto con il mondo. Non si tratta solo di guardare qualcosa, ma di sentirsi parte di qualcosa.”

Origini: l’importanza della break dance
Nato a Copenaghen nel 1967, Eliasson muove i primi passi nel mondo dell’arte all’età di 15 anni, esponendo dei propri disegni raffiguranti paesaggi in una piccola galleria d’arte locale. Tuttavia, il punto di svolta arriva negli anni 80 con la fondazione dell’Harlem Gun Crew: un gruppo di artisti emergenti formato da Olafur e da due suoi amici. Questi vedono nella danza, o meglio, nella break dance, una potente forma di espressione. Negli anni a venire i tre si esibirono in vari locali, vincendo addirittura i campionati scandinavi di break dance.

Seppur fosse ancora un teenager, Eliasson afferma che le esperienze vissute col suo gruppo di amici hanno giocato un ruolo chiave nella sua formazione artistica. La break dance ha infatti influenzato il suo rapporto con l’Islanda e plasmato il suo modo di concepire architettura e spazio.
L’arte come strumento di sensibilizzazione
Eliasson nutre un forte interesse nei confronti delle tematiche sociali e ambientali. Le sue opere, principalmente su larga scala, si basano sull’utilizzo di materiali elementari e si svolgono sia in spazi chiusi (gallerie, musei) che all’aperto (spazi pubblici).
Ricordiamo ad esempio The weather project: installazione in cui l’artista ha ricreato nella galleria della Tate Modern un sole artificiale. In questo modo ha spinto le persone a riflettere sul loro rapporto con il sole e con gli elementi naturali.

Il suo obiettivo è quello di innescare un cambiamento nella percezione e nel comportamento delle persone, rendendo l’arte uno strumento di sensibilizzazione.
The collectivity project: “la città che non c’è”
Nel 2005 debutta a Tirana The collectivity project, un’installazione interattiva ideata da Eliasson in cui il pubblico agisce da protagonista. Per l’occasione venne adibito uno spazio all’aria aperta in cui furono messe a disposizione dei passanti circa 3 tonnellate di mattoncini Lego bianchi con i quali poter costruire e ricostruire a proprio piacimento una città immaginaria. La partecipazione attiva dello spettatore permette la formazione di un contesto nel quale collaborazione e creatività costituiscono il cuore pulsante dell’opera. Parallelamente la trasformazione di queste costruzioni Lego, smontate e rimontate di continuo, ci induce a riflettere sul costante rinnovamento delle grandi città. In questo modo Eliasson da vita a un momento sia di condivisione che di riflessione.
Visto l’enorme successo riscosso da questa iniziativa, negli anni a venire The collectivity project è stato riproposto a Oslo (2006), Copenaghen (2008), New York (2015), Londra (2019) e infine a Milano (2020).




Fonti:
https://www.travelonart.com/arte-contemporanea/olafur-eliasson-opere-spiegate/
https://www.exibart.com/arte-contemporanea/la-citta-lego-di-olafur-eliasson-per-fondazione-trussardi/
https://www.phaidon.com/agenda/art/articles/2018/september/17/street-dance-is-crucial-olafur-eliasson-on-harlem-gun-crew-his-teenage-years-and-the-experience-of-space/